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La sede

 

La sede

La storia di palazzo Szlenkier

Eretto negli anni 1881-1883 su progetto dell’architetto Witold Lanci, fu fino al 1922 la residenza di una nota e ricca famiglia di conciatori di Varsavia. Il capo famiglia, Karol Jan Szlenkier, eccellente protettore delle arti, lo commissionò e cercò di assicurarsi l’opera di artisti conosciuti per la sua decorazione, senza badare a spese. Per la sua costruzione decise di indire un concorso, che fu vinto da Witold Lanci, uno dei più noti architetti della seconda metà del XIX secolo in Polonia. Era figlio di Francesco Maria Lanci, a sua volta architetto, venuto dall’Italia nel 1825 su invito della famiglia Małachowski. Witold nacque a Varsavia nel 1828, studiò come suo padre all’Accademia di San Luca a Roma, visitò l’Italia, la Francia e la Germania e nel 1857 tornò in Polonia. Con il tempo divenne famoso come artefice di numerosi lussuosi palazzi di Varsavia.

Karol Jan Szlenkier morì nel 1900. Da quel momento il palazzo fu amministrato dalla vedova e dai figli, in particolare il più giovane, che si dedicava alla gestione dei beni di famiglia. Con il passare del tempo la famiglia crebbe di numero, mentre le sostanze diminuirono, anche a causa dello scoppio della I Guerra Mondiale e per le difficoltà che le condizioni postbelliche comportarono nella gestione delle aziende di Varsavia. Le difficoltà economiche obbligarono gli Szlenkier a dare in locazione alcuni locali della loro residenza. Nel 1922, infatti, il palazzo ospitava alcuni uffici del Ministero del Lavoro e dell’Assistenza sociale. La famiglia tuttavia non soddisfatta della rendita percepita dall’affitto dell’edificio, decise di venderlo. Ben presto la missione diplomatica italiana, che nella difficile situazione del dopoguerra a Varsavia era rimasta sprovvista di una sede, si presentò come potenziale acquirente. Fu Francesco Tommasini, primo plenipotenziario d’Italia a Varsavia dal 1919, a negoziare di persona l’acquisto del palazzo di Piazza Dąbrowski 6, nel cuore della capitale, per conto del Ministero degli Affari Esteri. Il prezzo pattuito ammontava a 2 milioni e 900.000 lire, che furono ottenuti attraverso un’operazione di compensazione a sconto sul credito che l’Italia vantava verso il Governo polacco in virtù delle forniture militari durante il periodo bellico. L’acquisto fu concluso nell’agosto del 1922, con grande soddisfazione da parte italiana. Nel ventennio tra le due guerre, infatti, Piazza Dąbrowski era giustamente considerata una delle più belle piazze di Varsavia: spaziosa, con molto verde, centrale, ma con un traffico non eccessivo. “L’Italia – scriveva alla fine della sua missione il Ministro Tommasini – è stata così la prima tra le Grandi Potenze dell’Intesa ad avere nella capitale della Polonia risorta una sede demaniale”.

Poco documentata è la sorte di Palazzo Szlenkier durante i tragici anni della II guerra mondiale, iniziata con l’attacco tedesco alla capitale il 1° settembre 1939. Le uniche notizie che possediamo ci informano che il palazzo fu gravemente danneggiato a due riprese, durante il conflitto: dai bombardamenti tedeschi all’inizio della guerra, nel settembre del 1939, e nell’estate del 1944, nel corso dell’insurrezione di Varsavia, duramente repressa dai nazisti. All’inizio del conflitto l’ambasciatore d’Italia, Pietro Arrone di Valentino, riparò in Romania. Dopo l’occupazione i tedeschi decisero di riammettere a Varsavia per un breve periodo alcuni rappresentanti ufficiali stranieri, per permettere loro di liquidare gli interessi nazionali ancora in sospeso. Da parte italiana, fu prescelto Mario di Stefano, primo segretario, al quale successivamente si aggiunse il consigliere Guido Soro. In quei pochi mesi che fu concesso loro di trattenersi nella capitale polacca, essi cercarono di tutelare gli interessi italiani e di aiutare i molti cittadini polacchi che si rivolgevano all’Ambasciata, ma furono costretti dal governo militare tedesco ad abbandonare Varsavia il 14 marzo del 1940. Sembra che alla loro partenza l’Ambasciata sia stata affidata a custodi locali, probabilmente il portiere e l’autista.

La piazza, che si era salvata durante i primi bombardamenti, fu completamente distrutta nei mesi successivi all’insurrezione di Varsavia del 1944. Solo il Palazzo Szlenkier, e pochissime altre costruzioni, rimasero in piedi, anche se gravemente danneggiate. Il 12 agosto del 1945 le funzioni di Ambasciatore d’Italia nella Polonia del dopoguerra furono assunte da Eugenio Reale, il quale visitò subito la sede e tracciò un quadro piuttosto desolante del suo stato. Alla fine della guerra il palazzo era ancora in piedi, anche se gravemente danneggiato. La facciata e gli interni che davano su Piazza Dąbrowski erano stati distrutti, come il tetto, quasi completamente sfondato. Si erano riusciti invece a salvare le ali laterali e la facciata sul cortile interno. A questo bisognava però aggiungere che l’edificio era stato totalmente saccheggiato durante il conflitto e, al momento dell’arrivo della nuova missione italiana, era occupato da famiglie di senzatetto. Queste circostanze obbligarono l’Ambasciatore a cercare una sede temporanea per poter svolgere le proprie mansioni. Contemporaneamente Reale diede il via ai lavori di recupero di palazzo Szlenkier, con l’assistenza di un architetto-ingegnere, Jerzy Beill, inviatogli dal Ministero della Ricostruzione polacco. Tuttavia restava il problema degli inquilini abusivi: circa 24 famiglie, una macelleria, una panetteria e perfino una bisca clandestina. Il Zarząd Miejski (l’Ufficio Comunale) sgombrò parzialmente l’edificio nel dicembre del 1945, ma a maggio del 1946 continuavano a risiedere nel palazzo ben 11 persone. In seguito alla prima tornata di lavori di ripristino, la cancelleria si sistemò nei primi 8 vani recuperati al piano rialzato. La prima opera di restauro, per la quale si chiese l’ausilio di uno specialista da Roma, l’architetto Florestano Di Fausto, fu terminata solo nel 1948. Nel frattempo il Governo comunista aveva emanato un decreto secondo il quale tutti i terreni siti nell’ambito del Comune di Varsavia divenivano proprietà dello Stato. Questa nuova situazione si applicava anche al terreno su cui era eretto Palazzo Szlenkier, essendo quest’ultimo stato acquistato con atto privato e non per mezzo di un accordo internazionale bilaterale (solo nel 2015 il titolo di proprieta' e' tornato allo Stato italiano, dietro compravendita a prezzo simbolico).

Durante la sua permanenza nella capitale polacca, che durò dal ’58 al ’62, l'Ambasciatore dell'epoca Pasquale Jannelli diede una descrizione desolante dello stato in cui la sede diplomatica continuava a trovarsi. In un suo rapporto per il Ministero degli Esteri, egli sconsigliava di programmare un restauro definitivo del palazzo, in quanto riteneva che l’edificio possedesse gravi carenze strutturali e che l’organizzazione dei vari uffici e appartamenti risultasse del tutto irrazionale per le esigenze dell’Ambasciata. Per questo motivo suggeriva di fare piccoli lavori di manutenzione, che permettessero alla missione di utilizzare quella sede per altri 4 o 5 anni, e poi di acquistare o far costruire un nuovo palazzo per la rappresentanza italiana. Dopo vari tentennamenti da parte del Ministero degli Esteri si giunse alla conclusione che la sede dell’Ambasciata d’Italia sarebbe rimasta Palazzo Szlenkier.

Il recupero definitivo e l’arredo del palazzo si devono principalmente all’ambasciatore Enrico Aillaud, successore di Jannelli. Una nuova importante tornata di lavori, effettuata sotto la sua gestione (dal ’62 al ’68), permise il ripristino dell’intero stabile e la fornitura di tutta una serie di arredi, dando all’Ambasciata e alla residenza quell’aspetto decoroso che tuttora conserva. In quel periodo l’edificio fu posto sotto tutela artistico-ambientale per effetto di un decreto del Presidium del Consiglio Nazionale di Varsavia, datato 1° luglio 1965.

Gli arredi e la struttura di Palazzo Szlenkier

L’Ambasciata d’Italia, subito dopo la guerra, fu l’unica rappresentanza diplomatica a Varsavia a ritornare nella sua vecchia sede. Tuttavia l’odierno Palazzo Szlenkier è notevolmente diverso, sia da quello che era stato originariamente progettato da Witold Lanci a fine ‘800, sia da quello che la delegazione italiana aveva lasciato allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. I cambiamenti si notano sia nella facciata, di gran lunga semplificata, sia negli interni, che se fossero rimasti fino ai nostri giorni così come erano all’origine, costituirebbero un vero tesoro artistico, dato che furono decorati alla fine del 1883 da uno dei maggiori pittori polacchi dell’800, Wojciech Gerson (1831-1901). Solo lo studio dell’ambasciatore, situato nell’ala sinistra del palazzo, ha conservato gli stucchi originali e le vecchie decorazioni pittoriche sul soffitto, opere di Gerson. Mentre la sala da pranzo e il salone, dopo la guerra furono rivestiti di una nuova decorazione di stucco eseguita da artigiani italiani.

Quando l’edificio divenne proprietà dello Stato italiano, nel 1922, era privo di mobili e di arredi. A guerra finita, poi, l’Ambasciatore Reale, al momento del suo primo sopralluogo, nell’estate del 1945, non trovò nel palazzo alcuna traccia delle dotazioni preesistenti. È verosimile che, durante la guerra, mobili, quadri, tappeti e altri oggetti di pregio siano stati in parte travolti dalla parziale distruzione dell’edificio, in parte probabilmente trafugati dai tedeschi e il rimanente venduto alla meglio dalle famiglie di sfollati che la occuparono nell’immediato dopoguerra. Nonostante questo, alcuni arredi originali sono sopravvissuti agli eventi bellici. Ricordiamo il caminetto neorinascimentale di marmo rosso che si trova nell’anticamera del primo piano, e soprattutto un quadro di Cristoforo Munari (1667-1720), intitolato “Natura morta con libri”, proveniente dalla Galleria degli Uffizi di Firenze.

Per quanto riguarda la struttura dell’Ambasciata, al pianterreno si trovano, nell’ala destra, gli uffici commerciali e amministrativi e, nell’ala sinistra, la cancelleria politica e l’archivio. L’ufficio dell’Addetto alla difesa si affaccia sul cortile interno. Le sale di rappresentanza e l’appartamento del capo missione sono situati rispettivamente al primo e al secondo piano, ai quali si accede per mezzo dello scalone padronale che, pur avendo perduto i dipinti originari di Wojciech Gerson, rappresenta forse il manufatto architettonico di maggior pregio dell’intero palazzo. Palazzo Szlenkier è una delle pochissime residenze borghesi della Varsavia ottocentesca che sia sopravvissuta fino ai giorni nostri e sicuramente una delle ambasciate esteriormente più eleganti della capitale polacca. Tuttavia, dal punto di vista della funzionalità, presenta numerose carenze che richiederebbero interventi di manutenzione e ristrutturazione assai onerosi.

Fonte: “Il Palazzo Szlenkier”, a cura di T.Jaroszewski e L.Biolato, ed. Rosikon Press/PIW, Warszawa, 2001


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